Un po' di
storia
La piazza
è il ‘luogo' per eccellenza, dove tutti possono incontrarsi,
confrontarsi, ‘contaminare' le proprie diversità e varietà.
Il primo grande "artista di piazza" è Giulio Cesare
Croce, sia perché nella piazza ci viveva, facendone l''ambiente'
del proprio mestiere di cantastorie, sia perché dalla gente della
piazza sapeva ricavare materiali dal vivo e personaggi originali, dei
quali diventò il ‘cantore'.
Giulio Cesare Croce è nato casualmente a San Giovanni in Persiceto,
ma è poi diventato uno degli autori di riferimento in secoli
di cultura popolare. Di questa vitalità, così forte nella
nostra regione, Croce ha colto gli elementi fondamentali e li ha trasfigurati
in forme letterarie: innanzitutto la famosa maschera di Bertoldo, che
costituisce la summa di questo complesso di comportamenti, modi di pensare
e di esprimersi.
L'arguzia , la scaltrezza nel risolvere i casi rapidamente, con inventiva,
scombinando gli schemi; lo sberleffo irriverente, l'atteggiamento disincantato,
‘laico'; la saggezza che attinge alla tradizione, alle esperienze
dei padri, ma sempre congiunta all'ironia, e perciò mai tronfia,
né presupponente; la visceralità che permette di sentire
e capire le cose ad istinto, senza ricorrere alla ragione dei pedanti;
la corporalità , cioè il senso del corpo, ma anche il
rispetto dovuto ad esso, l'attenzione ai suoi bisogni primari : mangiare,
bere, dormire, andare di corpo, accoppiarsi, riprodursi; la presa diretta
sul reale, il linguaggio essenziale, diretto, immediato, fatto di cose
concrete, della stessa grana dei fatti della vita.
Questa energia vitale ancora si fa sentire, specialmente nell'alacrità
e nell'impegno con cui si prepara il carnevale che, a San Giovanni in
Persiceto ogni anno (dal 1874!) si inscena per le strade e in piazza,
con in più. la tradizione dello ‘spillo', cioè il
vero punto di originalità dei carri persicetani, che costituisce
l'orgoglio delle società carnevalesche.
Il Comune di San Giovanni in Persiceto, che conosce il suo carnevale,
e il rapporto forte che lega la gente di Persiceto con lo spirito carnevalesco,
con Croce e la maschera di Bertoldo vi attende con un ricco calendario
di iniziative e spettacoli.
Giulio Cesare Croce
(San Giovanni in Persiceto, 1550 - Bologna 1609)
Figlio di un fabbro ferraio, ha pubblicato due anni prima di morire una
Descrittione della vita del Croce di trecentottantotto versi in terzine,
che è l'unico documento della sua povera e stentata esistenza.
Rimasto orfano a sette anni, è accolto da uno zio paterno, che
lo manda a scuola da un valentissimo pedante, il quale invece di insegnare
ai ragazzi, li fa lavorare nel suo orto. Vista la scarsa utilità
di quella scuola, lo zio prende il ragazzetto a lavorare con sé
nella fucina, e qui dire principio a saltar fuori / I grilli, i parpaglioni,
le chimere / De la mia zucca, e i stravaganti umori. Acquistatasi una
certa notorietà come Poeta campestre, frequenta soprattutto i contadini
della zona, i quali dir ponno ei d'avermi addottorato, / Che profession
fan tutti i contadini / Saper piu' d'Aristotele e di Plato.
Trasferitosi
a Bologna, continua a lavorare come fabbro, e comincia a leggere libri
di poesia, finché nel 1575 si sposa e decide di abbandonare il
mestiere di fabbro per mettersi a fare il poeta girovago e cantastorie.
Girava per le strade e per le piazze della città recitando le sue
composizioni accompagnandosi con il violino, e vendendo poi i testi stampati
in opuscoli, fogli volanti, « ventarole » [fogli di maggior
spessore cosi detti perché servivano, una volta letti, a farsi
vento]. Scrive in questo modo una innumerevole quantità di dialoghi,
canzoni, barzellette, commedie e farse, storie d'occasione in lingua e
in dialetto, divenendo in breve il più famoso fra i poeti girovaghi
del tempo, noto anche fra i letterati bolognesi col soprannome, che lo
accompagnerà fino alla morte, di Giulio Cesare dalla Lira. Gli
argomenti delle sue opere sono tratti dall'osservazione diretta del mondo
popolare della città e della campagna, di cui rappresenta le miserie
e gli affanni, i divertimenti e gli amori, e di cui soprattutto mette
in risalto l'amara consapevolezza che gli uomini delle classi popolari
hanno delle disparità sociali e il prevalere continuo nella loro
vita della durezza delle condizioni economiche. (…)
Delle trecento e più opere del C., fra le quali vanno ricordate
almeno in dialetto la Flippa, sul genere dell'antico « mariazzo
», e in lingua la commedia La Farinella, in cui accanto a temi tradizionali
della commedia cinquecentesca vi sono spunti e modi vivacissimi della
commedia dell'arte, la più nota e significativa è Le sottilissime
astuzie di Bertoldo, seguite dalle Piacevoli e ridicolose semplicità
di Bertoldino
(dal Dizionario degli Autori Italiani, Messina- Firenze, 1973, pp. 544-5)
La sfilata dei carri, lo spillo e la giuria
Lo
spettacolo che si può godere nella piazza di Persiceto la domenica
di carnevale è così tipico che sorprende sempre il forestiero
che vi assiste per la prima volta, ma ancora di più diverte i persicetani
che il carnevale lo fanno e quelli che vi partecipano sapendo cosa aspettarsi.
Scriveva il Forni nella sua storia di Persiceto in corrispondenza dell'anno
1893: "In una sol cosa i Persicetani, nonostante le profonde dissensioni
politiche, si trovavano d'accordo e cioè nel divertirsi e nel far
divertire in tempo di carnevale. Una società, fondata già
da molti anni, intitolata a Bertoldo e che si aggregò l'altra già
del ribelle suo figlio Bertoldino, riunì soci di ogni classe e
di ogni partito ed indisse corsi mascherati, feste popolari, veglie danzanti,
lotterie di beneficenza e divertimenti popolari per modo che mentre negli
altri paesi il carnevale era da gran tempo morto e sepolto, a Persiceto
riviveva con tanto brio come e più che ai bei tempi antichi".
Anche oggi nel più che centenario carnevale persicetano, "come
e più che ai bei tempi antichi". i carri allegorici sfilano
per le vie del centro preceduti dal re del carnevale Bertoldo, con Bertoldino,
la moglie Marcolfa e la loro corte. Sono carri progettati e realizzati,
nel corso di due o tre mesi di serate (alacri e conviviali), da folti
gruppi di amici riuniti in una decina di società carnevalesche.
Ma il bello è che i carri a Persiceto si presentano in piazza camuffati
e qui ad uno ad uno effettuano al spel (italianizzato: lo spillo), ossia
la trasfigurazione (l'antico vocabolario del dialetto bolognese della
Coronedi Berti alla voce spel, accanto all'accezione di "zampillo,
schizzo", ne annovera una apposita di "trasfigurazione. Il trasfigurare,
il far mutare effige e figura; e lo diciamo di que' giuochi che si fanno
ne' spettacoli"). I carri si trasformano cioè completamente,
svelando la propria allegoria. Per mezzo di ingegnosi meccanismi nascosti,
appaiono forme nuove, nuovi e più brillanti colori e maschere e
personaggi che recitano una breve pantomima, il tutto accompagnato da
una studiata colonna sonora. Il carro si fa così palcoscenico,
la piazza diventa teatro e la sfilata si muta in rappresentazione. Dalla
scatola chiusa del carro, come dal cilindro di un grande mago invisibile,
può uscire di tutto: angeli e diavoli, navi semoventi e animali
strabilianti, fiori bellissimi e frutti giganteschi, grandi raffigurazioni
di personaggi famosi, esplosioni, fumi di ogni colore ... E anche da fuori
del carro possono arrivare stuoli di maschere a gremire la piazza o carrelli
e arnesi dalle fogge più inconsuete; a completare il carro e a
dar corpo alla narrazione. Ed è in questa magia che sta il fascino
principale del carnevale persicetano: è impagabile il momento in
cui, letta la breve relazione introduttiva, il presentatore pronuncia
la fatidica frase "il carro può eseguiire lo spillo".
E' come quando, bambini, si stanno per aprire i pacchi dei regali. E ogni
carro è un nuovo pacco che si scarta. E i carri sono tanti. E il
pomeriggio si riempie di sorprese. E le emozioni si fanno applausi.
E sulla piazza scende dai carri una dolce pioggia di caramelle e cioccolatini.
La performance di ogni società carnevalesca, che è in sostanza
un piccolo denso racconto satirico sul tema prescelto dalla società
tra quelli più attuali del costume o della politica, mira naturalmente
a stupire e divertire il pubblico, ma soprattutto la giuria. Sono tre
i giurati che assegneranno i premi valutando in trentesimi ciascuno dei
tre aspetti di cui sono competenti: pittura e scultura, architettura e
costruzione, soggetto e svolgimento.
La competizione tra le società carnevalesche, con i lazzi e sfottò
che ne derivano, (è da non perdere lo spettacolo della lettura
dei giudizi nella seconda domenica dei corsi), è dunque un importante
elemento della manifestazione, che, unito alla creatività, alla
socialità e alla satira, compone il fantastico gioco mediante il
quale, come ha scritto un noto giurato : "una comunità di
moderni gioca con le sue radici rurali, sapendo benissimo che è
una finzione, sapendo altrettanto bene che la finzione è sacra
quando si tratta di evocare la memoria, la tradizione, l'identità".
Conclusa la prima domenica dei corsi mascherati nella quale hanno sfilato
con la loro creatura ed eseguito lo spillo, i carnevalai persicetani vivono
una settimana d'ansia. La domanda che tutti si fanno nelle società
è sempre quella: "avranno capito?". Chi doveva capire,
ovviamente, sono i tre membri della giuria e quello che dovevano capire
è il significato del carro.
Naturalmente si sa già se qualcosa non ha funzionato durante lo
spillo, se un meccanismo si è incagliato (non a caso una vecchia
società carnevalesca aveva scelto per sè il nome scaramantico
Gnént s'incaglia - niente s'incaglia), se quella struttura si è
aperta troppo presto o troppo lentamente. E son cose che succedono, eccome.
E si son visti, anche recentemente, pezzi d'uomini lacrimare su foltissimi
baffi per queste cose!
I voti sono in trentesimi, come all'università. Ma prima dei voti
viene il giudizio. E la lettura dei giudizi espressi dalla giuria per
ciascun carro è il secondo grande spettacolo, dopo lo spillo, del
carnevale persicetano. Bisogna averlo visto questo spettacolo, la seconda
domenica dei corsi, per capire lo spirito che anima questo storico carnevale.
Il carro è fermo in mezzo alla piazza, sopra e intorno è
schierata la società al completo. Il presentatore apre la busta,
per un attimo la sua abituale logorrea si placa, un breve silenzio denso
di aspettative cala sulla piazza. Poi inizia l'attesa litania: "Giudizio
per architettura e costruzione: buona..., - e giù un urlo dal carro
- o ottima... - allora è un boato -, o povera... - facce deluse,
qualche fischio -, la tale costruzione o architettura, eccetera. Punteggio:
X trentesimi - frastuono o marasma, a seconda del punteggio, sopra e intorno
al carro". Si prosegue col giudizio degli altri due esperti, quello
per "pittura e scultura" e quello per "soggetto e svolgimento".
E i carristi coi sensi allo spasimo assaporano centellinandola ogni parola
della giuria e s'inebriano della dolcezza dell'elogio o soffrono l'amarezza
della critica, e rivivono le scelte progettuali, la costruzione del carro,
l'andamento dello spillo, e si ripromettono di smettere, anche se sanno
che l'anno dopo ci saranno perchè sono emozioni imperdibili.
E se si sono classificati al primo posto, allora la festa sarà
grande e sarà bello andare al processo del lunedì alla bocciofila
a incontrare quei giurati che hanno capito tutto, per loro (i vincitori)
e quasi niente per gli altri.
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